La deriva catastrofica di Confindustria
Da Barack Obama in giù, non c’è nel mondo un personaggio pubblico o un’istituzione che definisca l’Italia “un paese nel baratro”, come si ostina a dire Emma Marcegaglia in sintonia con Susanna Camusso, segretario della Cgil. La sua ossessione compulsiva non è degna di chi fa parte della classe dirigente: la critica impietosa ma franca e libera, così come l’analisi razionale dei fatti, sono esattamente l’antitesi dell’avvitamento malmostoso nel quale termina il quadriennio confindustriale.

Da Barack Obama in giù, non c’è nel mondo un personaggio pubblico o un’istituzione che definisca l’Italia “un paese nel baratro”, come si ostina a dire Emma Marcegaglia in sintonia con Susanna Camusso, segretario della Cgil. La sua ossessione compulsiva non è degna di chi fa parte della classe dirigente: la critica impietosa ma franca e libera, così come l’analisi razionale dei fatti, sono esattamente l’antitesi dell’avvitamento malmostoso nel quale termina il quadriennio confindustriale.
Dopo aver debuttato nel 2008 con una promessa liberista e di rottura del consociativismo che blocca il mondo del lavoro; dopo avere in questi tre anni beneficiato di misure e aiuti governativi sia in termini di innovazioni sui contratti sia di incentivi alle aziende, anche sotto forma di cassa integrazione in deroga, dati pure in tempi di crisi (“ho visto soldi veri” esclamò festosa nel 2009); e infine, a coronamento, avere ottenuto la dignità legislativa per la contrattazione aziendale, un preciso impegno con l’Europa che da una parte completava il percorso riformista sul lavoro, dall’altra consentiva a Confindustria di recuperare le quote associative di Fiat.
Ma la Marcegaglia è rimasta folgorata sulla via della nuova concertazione con la Cgil e delle photo opportunity con Susanna Camusso, mentre da tempo è anche concentrata da un lato a costruire la sua successione nella confederazione di Viale dell’Astronomia con cene e incontri che cercano di contrastare la candidatura emergente di Alberto Bombassei, che è stata appoggiata dal capo azienda dell’Eni, Paolo Scaroni, e dall’altro lato sta curando seppure tra smentite aspirazioni politiche terzopoliste che si scontrano però con l’attivismo moderato di un Luca Cordero di Montezemolo.
Dalla photo opportunity con la Camusso, il presidente di Confindustria non ha chiesto che di licenziare Berlusconi. Lo ha fatto mentre l’export e il fatturato delle aziende italiane spicca il volo; lo ha fatto senza esercitare la minima capacità di analisi su ciò che realmente accade ai nostri titoli pubblici. Lo ha fatto infine imponendo al quotidiano di casa un titolo cubitale, “Fate presto”, ostentata riproduzione di quello del Mattino per il terremoto dell’Irpinia dell’80. Allora si doveva estrarre dalle macerie decine di migliaia di persone, e i morti furono 3 mila.